Dov'è Dio?

Ma dov'è DAVVERO Dio

Da tempo non riesco più a vederlo nei luoghi dove la religione cattolica ci insegna che sia.

Non nell' ostia consacrata, più simile ad un asettico foglio di carta che a un pane profumato.

Non nel tabernacolo, solo una scatola in cui è evidente la pretesa tutta umana di rinchiuderlo, cioè possederlo, per poterlo dare a discrezione a chi ne è ritenuto più o meno "degno".

Non sull'altare dove dovrebbe misteriosamente scendere ogni volta che un uomo, il sacerdote, decide di farlo venire, a beneficio dei pochi (o molti, ma sempre pochi rispetto all' umanità) che assistono in quel momento.

Non nelle chiese di mattoni, o marmo, o altro materiale, in cui si pretende che sia chiuso a esclusivo beneficio di chi vi entra, come un re in attesa della visita dei sudditi.

Io lo vedo nelle persone, come negli occhi di chi riceveva l'ostia consacrata quando la porgevo in quanto ministra della comunione, nelle loro lacrime, nella loro commozione...

E oggi ritengo (per me certo, non intendo disilludere nessuno) che Dio siano proprio le PERSONE, ma non nel senso spesso insultante che "Dio è ACCANTO a chi soffre", o è "AIUTATO a portare la croce (?!)", no, proprio le persone in qualsiasi momento della vita.

È chi viene alla vita, chi cresce, chi gioca, chi mangia, chi dorme, chi fa l' amore, chi lavora, chi è malato, chi invecchia, chi muore...

E chi sbaglia? Chi litiga? Chi fa del male? Qui mi aiuta pensare a Gesù, in cui Dio per la prima volta si manifesta INCARNATO: è Gesù che cade sotto la croce, Gesù che si sente abbandonato dal Padre... Ma la possibilità della resurrezione c'è sempre per chiunque.

Penso che abbia visto giusto un grande scrittore come Elie Wiesel, che nel suo romanzo "La notte" scrive "Dov'è Dio? È lì su quella forca", nel bambino che muore impiccato dalle SS nel campo di concentramento. È Lui, Dio, il bambino che soffre con il cappio al collo, non è accanto a lui, né lo conforta, né gli asciuga le lacrime, né fa altre atti compassionevoli che gli attribuiscono i cattolici devoti. No, è DIO che soffre con il cappio al collo, e beato chi sa riconoscerlo, come lo scrittore ebreo o, nei Vangeli, non a caso, il centurione romano che vede Gesù morire sulla croce.

Ed è lì che va adorato, nelle PERSONE, che per questo vanno rispettate, amate, accolte, aiutate, ma in quanto persone, esseri umani come noi, non, come recita un altro invito devoto che a me ha sempre infastidito, a "vedere Gesù in loro", come che se non si riesce a vederci Gesù non contassero nulla, come se dipendesse dal nostro sguardo più che dalla loro realtà.

In fondo quante volte lo troviamo detto da Gesù nei Vangeli: "chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato", "ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi", "amatevi come io vi ho amato", "io sono con voi fino alla fine del mondo"...

E allora sì, come scrive san Paolo, "non c' è Giudeo né Greco (oggi diremmo distinzione tra fedeli di religioni diverse e anche tra razze diverse); non c' è schiavo né libero (potremmo metterci sfruttato e sfruttatore, povero e ricco, analfabeta e istruito, e qualsiasi altra distinzione sociale); maschio e femmina (e tutte le possibili intersezioni di genere), perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù." (Galati 3, 28)

Noto solo ora un particolare che non so se sia anche nell' originale: mentre le coppie Giudeo-Greco e schiavo-libero sono annullate a vicenda con un "né" centrale, tra maschio e femmina c'è appunto un "e" di congiunzione, come a dire che mentre le differenze di religione, razza e classe sono annullate in una comune umanità, tra maschio e femmina permane una distinzione che unisce senza cancellare l'uno o l' altra o entrambi.






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